Pierre Bourdieu

La maniera esiste per definizione solo per gli altri; e coloro che detengono statuariamente la maniera legittima ed il potere di definire il valore delle maniere, pronuncia, comportamento, aspetto, hanno il privilegio dell'indifferenza verso la propria maniera (il che li dispensa dall'adottare delle maniere); invece, gli «arrivati», che hanno la pretesa di aggregarsi al gruppo dei detentori legittimi, cioè ereditari, delle buone maniere, senza essere il prodotto delle medesime condizioni sociali, si ritrovano, qualsiasi cosa facciano, rinchiusi entro l'alternativa tra l'iperidentificazione carica d'ansia e lo spirito di negazione che confessa la propria sconfitta attraverso la sua stessa rivolta; o il conformarsi ad una condotta «mutuata» le cui correzioni o la cui stessa ipercorrezione ricordano in continuazione sia il fatto di essere una scimmiottatura che ciò di cui sono una scimmiottatura, oppure l'affermazione ostentatoria della differenza, che è condannata ad apparire una confessione dell'incapacità di identificarsi.^

^ [Si tratta di uno dei fantasmi più tipici di tutti i razzismi, evocato da Hoffmann nella parabola del «giovane colto», una scimmia che, cresciuta in casa di un consigliere, aveva imparato a parlare, a leggere, a scrivere ed a suonare la musica, ma che non poteva fare a meno di tradire «la propria origine esotica» attraverso «alcuni piccoli particolari», come «i movimenti interni» che la scuotevano quando sentiva schiacciare le noci (E.T. Hoffmann, Kreisleiriana, Milano, Rizzoli, 1984).]



Tratto da P. BOURDIEU, La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 95-96



Pubblicato da Aldievel il 12/11/2009 08:36:00 AM | 5 commenti  
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Le strane storie di casa (o cosa?) nostra


















Vicende oscure, poteri forti, vittime innocenti e muri di silenzio che durano vite intere. Il teatro, la letteratura e la musica spesso non si rassegnano all'oblio, provano a parlare, narrano storie dimenticate. Anche un semplice racconto aiuta a tener vivo il ricordo. Alimenta il desiderio di verità e soprattutto fa pensare...
Nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, il mistero è tutto italiano, ma coloro che hanno preso l'iniziativa di ricordarlo e di parlarne sono tedeschi e lo fanno con lo spettacolo DER FALL RIGOLETTO in scena alla alla Neuköllner Oper di Berlino in questi giorni.

Qui c'è un articolo del Corriere che ne parla. Come avrete ben capito il post frivolo è rimandato.

A presto


Pubblicato da Aldievel il 11/29/2009 09:24:00 PM | 2 commenti  
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DI RITORNO: i sentieri dell'odio


Premessa introduttiva


[Un amico, che chiameremo con affetto Giuanìn (perché non ci interessa rivelare il nome, ma raccontare il fatto) , ha saggiato sulla propria pelle cosa significhi essere scavalcati e umiliati nel Molise delle raccomandazioni e degli incompetenti.]

Giuanìn, che ha studiato e si è laureato due volte con lode in una delle migliori università di questo cazzo di paese, torna in Molise (dove abita) e si presenta ad un "concorsino" pubblico (per evitare polemiche non diremo di cosa si tratta) con tutte le carte in regola, effettua la domanda e viene iscritto nella lista degli ammessi al concorso. Il giorno prima del suo bramato colloquio Giuanìn riceve (alle ore 19:30) la telefonata di una segretaria che con voce simpatica gli comunica che è stato escluso dal colloquio perché nella sua domanda c'è un errore che viola l'articolo tal dei tali nella normativa del bando. Giuanìn resta basito e sul momento non trova parole per replicare. Corre a controllare la documentazione e scopre che l' "errore di forma" non esiste affatto e ricorre ad un avvocato. Fatta la causa, Giuanìn viene riamesso in fretta e furia ad un nuovo colloquio fatto ad hoc per prenderlo in giro e ri-mandarlo a casa (chissà a chi era riservato il posticino).

La storia di Giuanìn è la storia di uno dei tanti ragazzi molisani (che si fanno le ossa fuori regione e all'estero a costo di mille sacrifici) a cui viene impedito di tornare per far spazio ai "giovani turchi" usciti dalla disgustosa "fabbrica di laureati" (e non si può chiamarla in altro modo) sita in regione. La storia di Giuanìn è la dimostrazione palese del fatto che, da anni (da decenni), le viscide mani degli esseri melliflui che govenano la nostra regione operano soltanto per garantire un futuro nelle istituzioni alla folta schiera dei loro viziati rampolli cresciuti tra le fresche frasche dell'appennino.


L'odio
Ogni volta che torno a casa mi sento come Giuanìn, anzi, sono uno dei tanti Giuanìn.

Ogni volta che scendo a casa sono costretto a confrontarmi con una realtà locale che dietro la sua apparente tranquillità cela marciume e una risma infinita di personaggi viscidi che manovrano in maniera tutt'altro che pulita.

La corruzione è dilagante, talmente assimilata nei modi di fare delle persone che ormai non la si guarda nemmeno più con stupore. Nel frattempo il torpore o l'impotenza delle forze dell'ordine consentono ad una serie di situazioni criminali di estrema gravità di prosperare sotto gli occhi di tutti (non c'è bisogno che io vada nel dettaglio anche perché in queste situazioni le denunce e le rogne se le prende chi parla troppo e non chi delinque).

Il pubblico (che assicura servizi scadenti e occasionali) viene gestito come un mega-parcheggio a voti dove il funzionamento della macchina è affidato a quei pochi che hanno buona volontà. La Asl, il comune e le scuole sono i depositi di scorie umane più gettonati: dimenticate il merito, la produttività, gli orari di lavoro e i concorsi qui il clima è da Casa delle libertà: ognuno fa quel che cazzo gli pare una volta preso il posto.

L'unica grande azienda privata vive grazie a tonnellate di sovvenzioni e finanziamenti della regione, l'assunzione segue regole simili a quelle dei grandi enti pubblici: voti e raccomandazioni. Il tutto per farsi sfruttare e sottopagare. Le altre piccole aziende per cui il paese è noto (tranne poche rare eccezioni) sfornano prodotti con cui non bisognerebbe alimentare nemmeno i cani.

Non sto a fare un'analisi troppo lunga, ci si potrebbe scrivere un libro su quello che non va nella mia realtà locale. Basti dire, a corollario di tutto, che la bigotteria degli abitanti aumenta di pari passo con il dilagare della loro ignoranza bestiale. In un paese di 8000 abitanti è praticamente impossibile avere una copia de “Internazionale”, non esiste una libreria decente, né una biblioteca attrezzata, non c'è un cinema e non c'è un teatro.

Il santone pop di Pietralcina è uno degli idoli locali, difatti il merchandising di San Giovanni Rotondo è invasivo ed onnipresente. A corollario di tutto una simpatica setta neo-cristiana si salda con alcuni rami del potere politico. Un innesto di quelli miracolosi! Le feste popolari dedicate al santo patrono e ai vari santi protettori di questa o quella zona rappresentano una vera industria con tanto di necessari (altrimenti il santo si offende) – ed esosi – fuochi d'artificio.

Questo è un abbozzo sbrigativo della realtà da cui provengo, non serve aggiungere ulteriori squallidi dettagli per capire che la situazione è alquanto grave.

La cosa che più mi fa incazzare è che a vedere queste cose e ad indignarci siamo stati sempre in pochissimi. Tante persone con cui non disdegnavo di bere una birra non hanno nemmeno mai fatto uno sforzo per capire da dove nascesse questa rabbia e perché ne avessi così tanta in corpo.

Col tempo ho capito che tutta questa gente aveva il suo bel giro di cospicui tornaconto. Nella loro ottica non era opportuno né necessario arrabbiarsi più di tanto perché in qualche maniera sarebbero prima o poi stati assorbiti e nutriti anche loro da quel sistema. Man mano che il tempo passa questi soggetti si inseriscono e magicamente trovano uno stipendio dove una settimana prima una persona normale, laureata e con una qualifica, avrebbe avuto come risposta un bel «no grazie».

Per tutti i Giuanìn, e siamo tanti (provenienti da mille anonimi posti del centro e del sud), la valigia di cartone e il biglietto per il treno sono già pronti, li hanno preparati con cura le persone di merda che alimentano il sistema appena descritto. Ce ne andremo...Ma facendo più "casino" possibile!

Prometto solennemente ai pochi lettori rimasti che il prossimo post sarà assolutamente allegro, scanzonato e frivolo.

Il nome Giuanìn e liberamente tratto dalla più famosa opera di Mario Rigoni Stern: Il sergente della neve.

La foto all'inizio del post è di Francesco Morgillo.

Poscritto letterario

Il titolo del post i sentieri dell'odio è tratto dal libro Asce di guerra, scritto dai Wu Ming con Vitaliano Ravagli e pubblicato da Einaudi. Penso sia uno dei libri più belli e vivi che mi siano passati tra le mani nell'ultimo periodo. Vi lascio con un breve estratto preso dall'inizio del libro.

Certi uomini sono quello che i tempi richiedono. Si battono, a volte muoiono, per cose che prima di tutto riguardano loro stessi. Compiono scelte che il senno degli altri e il senno di poi stringono nella morsa tra diffamazione ed epica di stato. Scelte estreme, fatte a volte senza un chiaro perché, per il senso dell'ingiustizia provata sulla pelle, per elementare e sacrosanta volontà di riscatto.

La retorica degli alzabandiera e la mitologia istituzionale offrono una versione postuma e lineare della storia. Ma la linearità e l'agiografia non servono a capire le cose. Le frasi fatte e le formule ripetute dai palchi, come dai pulpiti, coprono la rabbia, lo sporco e la dinamite, consegnando al presente quello che chiede.

Scavare nel cuore oscuro di vicende dimenticate o mai raccontate è un oltraggio al presente.

Un atto spregiudicato e volontario.

Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire.


Vitaliano Ravagli - Wu Ming, Asce di guerra.




Pubblicato da Aldievel il 10/30/2009 03:13:00 PM | 9 commenti  
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DI RITORNO: prospettive di vita













Dopo lunghissima latitanza rieccomi. Chi di voi legge il blog di Silvia avrà avuto qualche sporadica notizia sul trascorrere della mia estate (fino alla fine di luglio) tra libri, giri in macchina e, dulcis in fundo, lavoro in azienda (agosto-metà settembre). Sono sfinito... Non per questioni fisiche, è la testa che non mi segue, riprendere a studiare si rivela più duro e faticoso di quanto pensassi!

Siena si sta svuotando e le facce conosciute sono sempre meno. Molti amici sono partiti, mete diverse (Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Portogallo e Turchia [addirittura!] ), ma motivazioni comuni: In Italia sembra non esserci futuro. Gli ultimi dieci-quindici anni per il settore umanistico sono stati assolutamente letali. Niente borse di dottorato, i pochi soldi ancora disponibili vengono destinati a quella che è considerata ricerca di serie A (settori scientifici, in particolare quello medico), e niente fondazioni private che finanzino i ricercatori. Noi siamo studiosi di serie B, il nostro lavoro per la maggior parte degli italiani vale meno di zero, basti pensare come si tratta il settore dei beni culturali in questo paese (Iacona con il suo “Presa Diretta” insegna).

La mancanza di prospettive è quella che induce moltissimi a levare le tende e spesso partire non è affatto indolore come favoleggiano molti. Partire comporta – oltre ai dispiaceri per quel poco di buono che si lascia – il serio rischio di faticare poi a reinserirsi in un paese in cui il merito è solo uno slogan politico.

In questo modo le vite si separano. Mi sono anche abituato a considerare quasi tutte le mie conoscenze come “di passaggio” nell'esistenza. Fortunatamente la mail sembra garantire almeno un minimo di continuità nei contatti altrimenti le poche buone amicizie del mio periodo universitario sarebbero già andate a farsi benedire.

L'estate è passata e con essa il rumore dei trattori, le bestemmie, i muggiti degli animali, l'arsura di fine giornata, il sole che scotta, l'odore di nafta e letame e tante altre cose più o meno piacevoli. Come al solito non ho niente di particolare da raccontarvi.

Sto riprendendo a studiare [ancora non “a regime”] ...Per ora viaggio con le ridotte, ma spero presto di ingranare e riprendermi. Per il resto leggo, mi documento e cerco di tirare su le impalcature della futura tesi con il miraggio di un dottorato all'orizzonte. Non mi lamento più di tanto perché so che siamo (almeno i miei coetanei) tutti nella stessa barca. Vedremo, non mi resta altro da fare che stringere i denti e studiare il più possibile.


A presto


PS

Un breve periodo di vacanza ottobrina mi ha visto vagare (su una FIAT "Panda" rossa) nella Bassa padana, più precisamente tra Bologna, Ferrara, Reggio e Cavriago.
La foto che allego è una prova eloquente.


Pubblicato da Aldievel il 10/30/2009 02:19:00 PM | 3 commenti  
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fa caldo!




























Sono stanco di rimanere recluso giornate intere nel bunker di Due Ponti a scrivere di poliziotti, ordine pubblico e ministri-sceriffo.
Il caldo è insopportabile e vorrei essere sotto questo cartello a godermi la frescura...
Tra una decina di giorni sarà tutto finito...Forse!

À bientôt
Pubblicato da Aldievel il 7/06/2009 12:09:00 PM | 7 commenti  
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Quelli che partono e quelli che restano

Di passaggio tra un impegno e l'altro mi fermo per citarvi un passo del bel libro che ho appena finito di leggere. Ringrazio Marchino per avermelo regalato. Alla prossima!

Il fratello lo guardò scuotendo la testa. Gli occhi duri quanto la voce.
- No, Pierre. Non funziona cosí. C'è chi parte e c'è chi resta. Io sono di quelli che restano.
Nicola guardò entrambi, accomunandoli nella distanza che stava tracciando tra loro, ma si rivolse a Vittorio: - Non si può partire sempre. Non si può partire tutti. Qualcuno deve rimanere. Tu te ne sei andato in Jugoslavia, hai scelto di fare la rivoluzione là, dove i comunisti avevano vinto. Io sono rimasto qui, anche dopo il '48, quando i tempi si sono fatti duri, quando abbiamo dovuto rimboccarci le maniche e difendere la democrazia un centimetro alla volta, nelle fabbriche, nelle piazze. La nostra resistenza non è finita quando siamo scesi dalle montagne, continua anche adesso. E se non ci fossimo noi, se ce ne fossimo andati tutti come hai fatto tu, a quest'ora questo paese chissà cosa sarebbe. No, qualcuno deve rimanere al suo posto -.


Wu Ming, 54.

Pubblicato da Aldievel il 6/24/2009 04:50:00 PM | 10 commenti  
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Con il morale a terra...

Eccomi di ritorno dopo una settimana di lavoro, non stressante come al solito, ma comunque intensa...La mia discesa era in programma principalmente per due motivi: dare un voto a quel che rimaneva dei vari brandelli di sinistra e stare un po' con Silvia. Se con la mia consorte sono stato benissimo, non si può dire che il risultato elettorale mi abbia dato soddisfazioni analoghe.

Ho bestemmiato sonoramente in piena notte di fronte alle prime proiezioni, ho bestemmiato in maniera schifa guardando i risultati riguardanti la provincia di Isernia (in cui fortunatamente non voto) e ho urlato come una scimmia satanica venendo a conoscenza, il giorno dopo, dei risultati delle comunali di Campobasso (dove pure non voto, ma che ho seguito con attenzione) che passa a destra (e con che razza di personaggi) dopo 15 anni di (quantomeno discusso) governo delle sinistre.
Cari miei pare che ci sia poco da stare allegri. Flop (ma che flop? Se il 35% della PDL è un flop significa che la sinistra non vincerà mai più) di “papi” a parte, le cose difficilmente sarebbero potute andare peggio. Non so voi, ma il solo pensiero di sentirmi chiedere i documenti dagli sceriffi sguinzagliati dalla Lega e bestie simili mi da i brividi.
Il mio conterraneo (Di Pietro) sembra essere il vero trionfatore di queste elezioni, ma per quanto non mi vada di criticarlo, non posso nemmeno dire di esserne contento. Di Pietro ha avuto il merito e la fortuna (e non è poco) di fare opposizione praticamente da solo e ha raccolto i frutti del lavoro svolto. Il PD si è deciso a mandare Veltroni in Africa con ritardo eccessivo e il “lupetto” Franceschini pur dando una svolta tangibile alla linea politica ha potuto fare poco per rialzare il morale della truppa.
Venendo alla “mia parte” (includendo nella “mia parte” Rifondazione come è giusto che sia), posso soltanto auspicare che la prossima volta si cerchi in tutti i modi un accordo e si vada tutti insieme. L'idea di avere due sinistre non mi piace e preferirei veder riproposto ad oltranza, anche a costo di perdere sempre, il vecchio progetto della Sinistra Arcobaleno. Non so voi cosa ne pensiate, ma credo che il “riunirsi” possa essere l'unica strada percorribile...

Politica a parte mi sto dedicando a qualche lettura in attesa di riprendere -da lunedì- lo studio e il lavoro di ricerca che sto facendo per un esame di storia contemporanea.
Ho appena finito di leggere Duri a Marsiglia di Giancarlo Fusco. Romanzo di rara freschezza di un autore eccessivamente trascurato dalla critica contemporanea. In lettura -e per ora mi sta piacendo abbastanza- c'è 54 uno dei capolavori del collettivo Wu Ming che mi è stato regalato per il compleanno dal mio coinquilino Marco. Vi dirò poi se mi è piaciuto.

Non ho molta voglia di scrivere né di parlare troppo delle mie faccende, questo è un post “svogliato” che annoia e non scorre (non che negli altri si assista a miracoli di stile) e di questo mi scuso (anche a rischio di diventare stucchevole -in proposito NêZ ha qualcosa da dire), ma la situazione politica mi deprime e mi angoscia alquanto. Di questo stress da politica e di questo paese in cui non ho mai creduto sono un tantino stanco.

Alla prossima miei prodi. Vi lascio con una citazione tratta da un articolo di Primo Levi che sembra quantomai attuale. La foto è per ricordare i 25 anni dalla scomparsa di una persona di cui oggi sentiamo piu che mai la mancanza: Enrico Berlinguer.

Ogni tempo ha il suo fascismo [...]. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine.

(P. Levi, Opere, I, Torino, Einaudi, 1997, p. 1187 cit. in P. Ginsborg, Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Torino, Einaudi, 2003, p. 3.)
Pubblicato da Aldievel il 6/13/2009 08:24:00 PM | 7 commenti  
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